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Visualizzazione dei post da 2010

CUORE FREDDO

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Un cuore freddo, insensibile a tutto. È cresciuto nei giorni apatici dell'ultimo autunno, durante quelle notti passate a fissare il soffitto buio, nei silenzi rotti soltanto dal ronzare inarrestabile della TV della vicina di casa. Non avrebbe mai potuto immaginare che una cosa così gelida potesse crescere dentro di lui, e che arrivasse al punto di non riuscire più a sentirla. Il cuore freddo attutisce ogni appendice percettiva. Rimane soltanto una sensazione di vuoto, comunque inafferrabile, alla quale è preferibile tutto, anche il vortice abissale della disperazione. No, il cuore freddo ti rende robotico, meccanico, funzionante ma alienato. È una pila atomica che brucia a temperature vicine allo zero assoluto. I muscoli della sua faccia rispondono al gioco di conseguenze logiche, in ogni relazione in cui viene coinvolto. Saluta, domanda, risponde, partecipa, ma ogni gesto, ogni parola, sono mere risultanti di complesse espressioni algebriche. È il cuore freddo che lavora senza ri…

PROVE TECNICHE DI PRIMAVERA

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Non ho motivo di rimanermene in casa, non oggi che è una giornata di sole. Per decidermi ad uscire devo vincere una guerra interiore, la stessa che da oltre un mese mi tiene prigioniero dentro queste quattro mura. Ho dato la colpa all'inverno, ma oggi è il primo giorno di primavera, anche se il calendario non lo dice. Niente torna come è stato. Non posso cristallizzare la mia angoscia nei ricordi di lei. Devo uscire...
Fuori è sabato, il mio primo sabato dopo un'infinità di domeniche. La corrente cittadina mi risucchia senza che neanche me ne accorga. La prima sensazione è di serenità, il sentirsi finalmente parte di qualcosa; un fiume inarrestabile di cervelli concentrati al consumo. Almeno non sono solo, penso. Ma chi sono questi qui?
Abbagliato da una patina di sole, muovo piccoli passi in direzione del centro commerciale. La calca si fa ancora più fitta, ma tutti si muovono con ordine, al tempo di una musica. Mi pare quasi di udirne il battito, una bossa nova che fa muovere …

LA BICI DI GINO

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Gino non va più in bicicletta. Adesso ha la familiare con i seggiolini per i bimbi, e lo scooter per muoversi in città. Però io continuo a ricordarmelo sui pedali, magro come un fuscello, con la chioma paglierina al vento. Arrivava sempre tardi, ma era impossibile fargliela pesare. D'altra parte lui veniva in bicicletta, mentre noi eravamo tutti motorizzati. Scendeva di sella con l'agilità di un furetto, il sorriso stampato sul volto e la battuta pronta. Noi sedevamo sulle panchine con le lattine di birra e i cicchini, a ragionare di quello che avremmo combinato. Il più delle volte rimanevamo lì, a rovellarci il cardine, come diceva quel famoso libro. Questo ovviamente d'estate, con la città vuota e tutta la notte a nostra disposizione per dimenticarci chi eravamo.
Gino indossava il giacchetto di jeans su una maglietta degli Iron Maiden. Cerco di ricordarmelo vestito diversamente ma non ci riesco. Per almeno tre anni, il tempo delle serate sulla panchina o al bar in pazza, …

ADDIO

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Potrei non tornare. Dico potrei, perché non esiste niente di certo. Neanche il marciapiede su cui cammino, neanche il vento freddo di dicembre che mi penetra sotto la giacca di velluto, neanche lui sa se riuscirà a sopravvivere a stanotte, se domani ci sveglieremo sotto un sole accecante, cullati da uno scirocco inatteso ma sempre piacevole. Dire addio non significa davvero addio, almeno non per me. È un addio rilegato ad un momento pieno di rabbia, alle lacrime respinte, ai singhiozzi morti in gola. Addio è solo per adesso, almeno fino a quando la strada mi terrà compagnia, e la notte rimarrà accanto a me, ad ascoltarmi in silenzio. Nove anni non possono finire in un addio. Non ci credo. Anche se ogni passo si fa più leggero e mi trascina un metro più lontano da ciò che ho lasciato dietro di me, so che non sarà la fine. La strada sboccherà in un vicolo cieco, oppure le mie gambe si stancheranno, o forse incomincerà a piovere, a nevicare, e il vento si farà ancora più insistente, mi s…

SULLA CASSIA

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Paolo non era un motociclista, cioè non di quelli fissati che non si perdono neanche un motorshow. Gli piaceva andare in moto, questo si, ma non cercava né l'ebbrezza della velocità, né l'appartenenza ad un circolo di amatori. Aveva una vecchia Moto Guzzi e ne andava fiero. A chi gli diceva “perché non lo cambi quel catorcio!” lui rispondeva perentorio “perché mi piace”, ed erano tre parole semplici ma che spiegavano tutto. Giacchetto di pelle, casco aperto, occhiali da sole e il vento in faccia, così i suoi amici continuano a ricordarlo. Quando le giornate iniziavano storte prendeva la Cassia e la seguiva fino al lago Bolsena. C'è un pezzo di quella strada che ha un qualcosa di surreale. Si trova proprio sul confine tra la Toscana e il Lazio. Te ne accorgi quando lo percorri d'estate, con la natura che soffre le pene del solleone, i girasoli che svettano fieri sopra i campi e i letti dei fiumiciattoli secchi che si screpolano come le superfici di remoti pianeti. Sono …

IMPRONTE

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Ho lasciato impronte dappertutto, come un ladro maldestro, un bambino goloso con le mani sporche di marmellata. Le ho lasciate in salotto con le riviste di fotografia appoggiate distrattamente sul divano, in cucina con le mie salsine piccanti in frigorifero e la mini collezione di bottiglie di birra artigianali, ovviamente vuote, messe in bella vista sulla mensola più alta. In bagno c'è ancora la schiuma da barba e le lamette usa e getta, oltre alla mia inseparabile crema contro le dermatiti. In camera da letto, sotto il cuscino, ho lasciato la canottiera bianca, e sul comodino il libro di Buzzati che non sono mai riuscito a finire. Nell'armadio due pantaloni di ricambio, magliette, calzini, mutande e un paio di camice. Tracce di una vita di coppia, che non toglierò. Forse ci penserà lei, appena si sarà convinta che la nostra storia è finita. Ma l'impronta più indelebile gliel'ho lasciata sul cuore. Succede sempre così. Vorrei sentirmi un po' in colpa, ma non ci ri…

IL VECCHIO ULIVO

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I ragazzi saltarono giù dal motorino e procedettero a piedi sullo sterrato che in quel punto diventava più insidioso, con rocce aguzze che spuntavano dappertutto minacciando di bucare qualche ruota. In mano tenevano i caschi e uno di loro c'aveva infilato dentro un sacchetto di plastica contenente un paio di bottiglie di Moretti da 66. La stradina divenne un sentiero e si aprì sulla vallata. Il posto ideale era all'ombra di un vecchio ulivo che s'alzava vigile sul paesaggio, così i due si sedettero sull'erba secca di quel caldo pomeriggio di luglio e aiutandosi con un portachiavi stapparono le due birre. Per un minuto abbondante non parlarono. Bevvero, guardarono e ascoltarono. Ci venivano spesso lassù, specialmente d'estate, perché dopo le cinque si alzava un buon vento e il mondo preparava il teatrino quotidiano del tramonto, che era sempre un grande spettacolo. Di cose ne avevano da parlare, ma chissà perché tutte le volte che si trovavano da soli sotto quel vec…

CICCHE

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Stretti in una morsa di apatia, i due rimasero a bordo piscina a fumare ed a inventarsi la giornata. Nonostante il caldo e l'acqua brillantissima che prometteva refrigerio, restarono immobili sotto l'ombrellone, perché anche l'idea di un tuffo sembrava un qualcosa di troppo faticoso. Riuscivano a tollerare soltanto quel meccanico movimento delle braccia, per afferrare il pacchetto sul tavolo, estrarre lentamente una sigaretta dal filtro arancione ed accenderla con profonde boccate. Parlarono di progetti, di intenti, di recenti trascorsi, enfatizzando il tutto con espressioni estive, tipo “caramellarsi al sole” oppure “rovinarsi di tequila bum”. La conversazione s'interrompeva di colpo ogni volta che una ragazza in bikini passava davanti al loro ombrellone. Dopo averla scrutata da capo a piedi, se ne venivano fuori con alcuni commenti poco garbati sulla cellulite o su altri piccoli difetti, vantandosi reciprocamente dei propri gusti raffinati. Ogni tanto, con enorme sfo…