IMPRONTE

Ho lasciato impronte dappertutto, come un ladro maldestro, un bambino goloso con le mani sporche di marmellata. Le ho lasciate in salotto con le riviste di fotografia appoggiate distrattamente sul divano, in cucina con le mie salsine piccanti in frigorifero e la mini collezione di bottiglie di birra artigianali, ovviamente vuote, messe in bella vista sulla mensola più alta. In bagno c'è ancora la schiuma da barba e le lamette usa e getta, oltre alla mia inseparabile crema contro le dermatiti. In camera da letto, sotto il cuscino, ho lasciato la canottiera bianca, e sul comodino il libro di Buzzati che non sono mai riuscito a finire. Nell'armadio due pantaloni di ricambio, magliette, calzini, mutande e un paio di camice. Tracce di una vita di coppia, che non toglierò. Forse ci penserà lei, appena si sarà convinta che la nostra storia è finita.
Ma l'impronta più indelebile gliel'ho lasciata sul cuore. Succede sempre così. Vorrei sentirmi un po' in colpa, ma non ci riesco. Esco di casa, accendo il cellulare; tre messaggi e quattro chiamate mancate nella notte. Domani saranno di meno, penso, mentre mi m'infilo il casco e mi faccio risucchiare dal traffico cittadino. Io, da solo come tutti gli altri.

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