ADDIO

Potrei non tornare. Dico potrei, perché non esiste niente di certo. Neanche il marciapiede su cui cammino, neanche il vento freddo di dicembre che mi penetra sotto la giacca di velluto, neanche lui sa se riuscirà a sopravvivere a stanotte, se domani ci sveglieremo sotto un sole accecante, cullati da uno scirocco inatteso ma sempre piacevole. Dire addio non significa davvero addio, almeno non per me. È un addio rilegato ad un momento pieno di rabbia, alle lacrime respinte, ai singhiozzi morti in gola. Addio è solo per adesso, almeno fino a quando la strada mi terrà compagnia, e la notte rimarrà accanto a me, ad ascoltarmi in silenzio. Nove anni non possono finire in un addio. Non ci credo. Anche se ogni passo si fa più leggero e mi trascina un metro più lontano da ciò che ho lasciato dietro di me, so che non sarà la fine. La strada sboccherà in un vicolo cieco, oppure le mie gambe si stancheranno, o forse incomincerà a piovere, a nevicare, e il vento si farà ancora più insistente, mi spingerà indietro, mi farà rimangiare quell'addio sovvenutomi senza pensare, un addio di rabbia, un addio cattivo. Tuttavia qualcosa cerca di convincermi che potrei non tornare. Continuare su questa strada, arrivare fino alla stazione dei treni, comprare un biglietto. Un treno, il primo che passa, quello che va più lontano, non importa dove. Potrebbe finire così. Allora sarebbe davvero un addio, di quelli definitivi, di quelli che si vedono nei film. Un addio e una porta che sbatte, la chiusura di scena, la fine del gioco dell'amore.
Però credo che tornerò. Se chiudo gli occhi è già passata. Non sono più arrabbiato ed incomincia quasi già a mancarmi. L'orgoglio è un compagno meschino. Lo lascio a piedi sul marciapiedi, che si perdi pure nei vicoli sudici della città, mentre io me ne torno sui miei passi. Domani raccatteremo insieme la cenere di questa notte, sparsa sulle nostre vite, e riaccenderemo un altro fuoco, come abbiamo fatto tante volte in passato. Un fuoco sopra l'altro.
Solo il mistero della notte continua a lusingarmi, perché la notte porta sempre un po' di mistero con sé. Ho già deciso di tornare, ma prima di voltarmi e lasciarmi tutto alle spalle, desidero raggiungere la stazione, solo per vedere com'è, solo per sentire il rumore dei treni che partono e vedere che sensazione mi danno... poi torno, ormai ho deciso.
Ma quando giungo vicino ai binari il mistero si fa più intrigante. Si è nascosto nello scompartimento di un direttissimo per Milano. Forse potrei rischiare di metterci un piede dentro, per sentire l'ebbrezza, tanto ho ancora otto minuti prima della partenza. Faccio in tempo ad uscire quando voglio. Poi prendo un taxi e vado a casa, vado da lei, le do un bacio e le chiedo scusa, poi domani raccattiamo la cenere insieme. Voglio solo sedermi un attimo in quello scompartimento, svelare il mistero, scoprire quello che già so, e cioè che non esiste nessun mistero. È solo un inganno, tutto qui.
Mi siedo e aspetto. Il mistero è davanti a me. Mi sorride. Mi sussurra che il treno sta per partire, che ho solo due minuti prima che il macchinista chiudi le porte. Mi dice che non posso stare lì, che non ho neanche il biglietto, che me ne pentirò, e mentre parla nella mia testa se la ride come un re ubriaco, come il satiro di una favola stantia. Così decido di non ascoltarlo, rimango seduto, chiudo gli occhi, ignoro il fischio che annuncia la partenza...
… il treno si muove. Apro gli occhi. Adesso non ho più domande. So che non posso tornare. Non più.

Canon 50mm - Gelatina d'argento

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